Introduzione per Salamanca - Scuola Kairos Perugia

Il presente articolo è un estratto da parte di Kairos.

Premessa

L’imprenditore è la persona che esercita professionalmente una attività economica organizzata ai fini della produzione e dello scambio di beni o servizi.

Inizio da questa definizione perché la curiosità intorno a questo ruolo ha una storia lontana nella mia vita.

Mio padre decise che avrei dovuto frequentare una scuola tecnica, a quei tempi si chiamava ragioneria. Il motivo era che se non avessi voluto (o meglio se non fossi stata in grado) di proseguire gli studi all’Università avrei potuto lavorare con un titolo di studio “finito”… alla faccia della fiducia papà!

Comunque non mi sono scoraggiata, così ho studiato tanto le materie umanistiche, un po’ meno, molto meno, quelle tecniche. Al punto che barattavo i temi di italiano con i compiti di ragioneria. Ogni volta facevo tre, anche quattro temi per avere poi in cambio la “partita doppia” che per me è sempre stata una cosa non ben definita, a metà tra un incontro di tennis e una scommessa.

Il concetto di imprenditore

Ma ritorniamo al concetto di imprenditore. A sedici anni “se non sei di sinistra non hai cuore” (come diceva con un che di preveggenza W. Churchill) ed io lo ero… eccome!

Così opponevo al termine imprenditore/lavoratore come al termine profitto/salario… e mi sembrava così impari, così poco democratico.

L’imprenditore poteva guadagnare molto di più del lavoratore, tutto dipendeva dalle leggi di mercato oltre che dalla sua capacità. Il salariato era sicuro a fine mese di percepire il compenso per il suo lavoro, sempre lo stesso, e sapeva di poter programmare la sua vita in modo modesto ma sicuro. L’imprenditore poteva guadagnare molto ma molto di più, ma non c’era nessuna costanza e nessuna certezza e in più il rischio sempre in agguato del fallimento.

Negli anni 1970 quando si parlava di crisi ci si riferiva alla crisi del 1929… dopo ce ne sono state molte altre, ma in quegli anni credevano tutti di vivere in un Paese in cui tutti potevano fare l’allora noto “salto sociale”.

Nella mia mente di sedicenne, promettente intellettuale, il concetto di imprenditore non si discostava molto da quello di padrone/despota. In realtà un imprenditore vero non l’avevo mai conosciuto: in famiglia c’erano soltanto impiegati, avvocati, medici, insegnanti, commercianti (cioè negozianti che allora non erano considerati imprenditori).

Dalla ragioneria a Lettere

Dunque sono arrivata al diploma e dopo mi sono iscritta all’Università, un po’ a dispetto dei timori di mio padre ma anche poi con sua grande soddisfazione.

Ho scelto Lettere perché in famiglia pensavano che una signorina di buona famiglia non dovrebbe lavorare ma che, se proprio insiste, l’insegnamento è l’unico lavoro che può conciliare i ruoli che è chiamata a ricoprire: madre, moglie.

L’imprenditore come ruolo era lontano da me anni luce. Ancora l’associazione imprenditore/soldi era d’obbligo ed io non mi ritenevo adatta. Termini come imprenditoria sociale o, di più, sostenibile erano sconosciuti. L’imprenditore per me rimaneva una figura tra Paperone de’ Paperoni e Gambadilegno.

Quindi la mia strada prende una direzione centrata sul “sociale”. A Lettere in quegli anni si introducevano nuovi corsi di laurea innovativi. Uno era Sociologia, che solo in seguito diventerà facoltà autonoma. Sociologia era la scelta più alternativa e intellettuale.

È lì che ho imparato ad amare anche le materie inerenti la sfera psicologica: un uomo cosa pensa? E cosa pensa quando si relaziona con gli altri uomini? Affascinantissimo.

Mi laureo in Sociologia nell’ottobre del 1982. Gli anni di Università erano stati un tripudio di socialità, intellettualità, bellezza… della Cultura con la C maiuscola. Tutte le arti venivano sperimentate: dal cinema al teatro, dalla fotografia alla musica, alla letteratura… l’elevazione dell’uomo all’ennesima potenza, la competizione con Dio.

Allora l’interesse era per il comportamento degli uomini quando sono in gruppo. In quegli anni dimenticai quasi anche il termine imprenditoria e imprenditore, tanto erano lontani da me. La gioventù e gli ideali fecero il resto.

Dal lavoro dipendente alla psicologia

Proseguii sulla scia del pensiero sociale diventando, subito dopo la laurea, insegnante. Ero lavoratore dipendente dello Stato, con stipendio fisso e con una funzione sociale ben determinata: la formazione delle giovani generazioni.

La psicologia si affacciò già nel corso di laurea in Sociologia e dal periodo “rosso” dell’Università Federico II di Napoli entrai nel periodo “blue” di Psicologia alla Sapienza di Roma.

Allora le facoltà di Psicologia in Italia erano solo due: Roma e Padova. Ho scelto Roma.

Mi trasferii a Roma dove potevo seguire le lezioni e anche lavorare a scuola. Una nuova vita che si allargava e si allungava… senza limiti. Mi sarei laureata in Psicologia e sarei diventata un clinico. Libero professionista.

Negli anni di studio di Psicologia la scuola mi fece da sponsor. L’università, i corsi di alta formazione, i master, i convegni… riuscivo a pagarmi tutto da sola ed è stato molto soddisfacente.

In realtà, solo dopo avrei capito che avevo iniziato a fare l’imprenditore di me stessa: investire in formazione per poi realizzare un progetto, personale e professionale.

Nel 1993 diventavo psicoterapeuta, ero finalmente un libero professionista, cosa che solo per una categoria di dipendenti dello Stato, gli insegnanti, è possibile.

Allora eravamo lontani dal pensare che un libero professionista fosse un imprenditore, che la sua opera è un’impresa e che per aiutare le persone era giusto avere un compenso. Ma gli psicologi, i pionieri, hanno fondamentalmente problemi con due cose importanti della vita: una è la morte, l’altra i soldi. Pensare di guadagnare sulla sofferenza era veramente impossibile.

Il valore del compenso

Le esperienze professionali e personali fatte negli anni di insegnamento e di clinica hanno contribuito tutte a far sì che il mio ideale di “servizio” da dare in cambio di un compenso si trasformasse nel tempo.

Vivevo principalmente di stipendio e questo mi ha permesso di avere tempi più comodi di adattamento.

Nel frattempo anche la professione di psicologo, psicoterapeuta ha avuto una grande evoluzione. Si pensi solo che nei primi anni 2000 è stato possibile fare pubblicità relativamente ai tipi di prestazione erogati anche servendosi dei nuovi mezzi digitali, ancora quasi sconosciuti.

In generale tutto il mondo della Cultura è stato oggetto e soggetto di grandi cambiamenti e anche gli intellettuali gradualmente hanno accettato il valore del profitto.

“Senza soldi non si cantano messe” o anche “non si possono fare le nozze con i fichi secchi” erano espressioni sempre più familiari e condivise nel mondo psi, anche dagli psicanalisti, che rappresentavano e rappresentano lo zoccolo duro della psicologia.

Si è acquisita via via una posizione sempre più lucida e concreta di attenzione al compenso. Avere un compenso vuol dire anche “riconoscere” il lavoro fatto dal professionista. Significa anche apprezzare e capire tutto l’impegno, la competenza e l’empatia messa in ogni intervento.

Le esperienze professionali anche a scuola erano molto entusiasmanti… molto.

La nascita di un progetto

Arriviamo così nel 2005.

Alcuni miei colleghi, con i quali mi occupavo di psicologia dell’emergenza (la branca più no profit della psicologia), decidono di metter su una scuola di psicoterapia, in quel caso ad indirizzo psicocorporeo.

Viviamo insieme l’esperienza burocratica con il Ministero e mi coinvolgono anche nella stesura dei programmi. A volte li metto anche in contatto con colleghi dell’Ordine con i quali avevo in atto altri progetti.

La scuola che stavano costruendo era psicocorporea, la mia specializzazione è sistemico-relazionale. Lavorando con loro avevo imparato tutti i passi necessari per la stesura dei programmi e la compilazione di tutta la documentazione necessaria per presentare domanda di autorizzazione al Ministero.

L’esperienza di insegnante di scuola superiore ha fatto il resto.

Così qualche anno dopo ho iniziato a pensare di fondare una scuola mia, stavolta ad indirizzo sistemico-relazionale.

Siamo ancora lontani dall’impresa vera e propria: si pensava ancora di poter gestire la scuola nascente con un’associazione, magari una onlus, ma pur sempre un’associazione.

Anche per la scelta dei docenti incominciai a coinvolgere persone amiche, colleghi con cui avevo studiato, colleghi che stimavo e che avevo avuto modo di apprezzare nel corso degli anni.

L’entusiasmo per il progetto mi faceva pensare che avremmo realizzato un posto fisico e mentale dove far confluire le mie esperienze professionali e di vita.

Una grande famiglia in cui i grandi si prendessero cura dei giovani in un grande scambio dialettico di competenze e di emotività. Una famiglia professionale in cui tutti potevano sperimentare l’appartenenza.

Era un sogno ma si poteva realizzare.

Un sogno

Le imprese, quelle belle, partono quasi sempre da un’idea, a volte un po’ strampalata… un sogno appunto.

Ma si sa che “Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo di un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare).

Il che significa che la nostra natura effimera ma anche magica ci spinge verso percorsi sconosciuti e ciò che veramente muove la nostra anima sono le passioni.

Il sogno ha preso forma nel periodo “verde”, periodo in cui ho vissuto in Costiera Amalfitana.

Una vacanza durata quattro anni, durante i quali il mare d’inverno e i tramonti mozzafiato hanno ispirato un’idea di eterno dove bisognava assolutamente trovare lo spazio per la prosecuzione, l’eredità.

I figli sono la nostra prosecuzione materiale ma quante volte i figli non somigliano affatto ai loro genitori?

Sono altro da noi, e i genitori adeguati sono quelli che riescono a rispettare questa diversità. Un figlio è un altro essere vivente, che pensa e desidera e ama altro da quanto abbiamo pensato, desiderato e amato noi.

Nel campo professionale, ho pensato, è un po’ diverso. I giovani laureati in psicologia assomigliano un po’ a quella ragazza che ha studiato prima a Napoli Sociologia e poi a Roma Psicologia. Quei giovani avevano sicuramente qualcosa in comune.

Se avessi fondato una scuola di specializzazione per trasformare gli psicologi in psicoterapeuti avrei avuto modo di lasciare la mia eredità professionale e di vita dedicandola a chi era un po’ simile a me.

Un sogno dunque.

Avevo già superato i cinquant’anni e non avevo mai intrapreso nessuna attività imprenditoriale e ancora non mi era ben chiaro che una scuola lo fosse davvero.

I contenuti teorici, la pratica clinica, i buoni docenti erano quello che avrei messo insieme.

L’idea della scuola

Il palinsesto della Scuola con il programma generale per i quattro anni e quello anno per anno con gli obiettivi da raggiungere lo avevo mutuato da scuole storiche di psicoterapia come quella in cui io stessa mi sono formata.

Ma l’idea innovativa era mettere al centro lo studente, che non sarebbe stato solo un utente ma un protagonista, un attore attivo della sua stessa formazione.

Il contenuto teorico era sì importante ma la pratica clinica avrebbe avuto la parte principale.

E poi dopo la specializzazione?

In quegli anni si erano introdotti nelle scuole superiori gli stage presso le aziende. Così anche le scuole di specializzazione dovevano e potevano, anche attraverso i tirocini e non solo, dare agli studenti una panoramica del mondo del lavoro, in quel caso dello psicologo/psicoterapeuta, che intanto incominciava ad essere sempre più complesso e differenziato.

In quegli anni la figura PSI ha subito una importante evoluzione.

Lo psicologo, psicoterapeuta è entrato praticamente di diritto come figura professionale utile, talvolta necessaria in tutti i contesti: da quello scolastico a quello del lavoro, da quello giuridico a quello del soccorso, oltre a mantenere e rafforzare la sua posizione nell’ambito sanitario.

I giovani arrivano alle scuole di specializzazione con cinque anni di teoria e poco o nulla di pratica. Con poche idee e confuse rispetto alla professione futura, a volte troppo timorosi, a volte troppo audaci.

La scuola ha il compito di formare le persone prima che i professionisti.

La persona del terapeuta deve prima di tutto tenere conto di se stesso, strumento principe di ogni intervento, e poi del paziente/utente/assistito.

È l’unico modo per fare terapia: entrare in relazione. È la relazione che cura, che determina il cambiamento.

Impresa e imprenditore

Ma cosa c’entra l’impresa e la figura dell’imprenditore?

La scuola ha anche dei costi di gestione. Come dicevo prima, non si possono fare le nozze con i fichi secchi.

Anche nell’immensa documentazione del Ministero (MIUR) c’è una piccola sezione relativa alla gestione economica.

All’inizio non avevo neanche un commercialista di riferimento. Pensavo che le entrate dovessero essere pari alle uscite e che molte attività fossero fatte pro bono.

Un modo sicuramente un po’ naïf di vedere le cose ma forse se me ne fossi accorta prima chissà… se avessi capito che la scuola era un’impresa ed io diventavo imprenditore, forse avrei rifiutato in toto il progetto.

E invece avevo proseguito nel mio intento.

Nel frattempo anche la pubblica amministrazione aveva fatto passi avanti prevedendo per la gestione della scuola una forma societaria.

Con l’aiuto di un consulente scegliemmo la s.r.l., costituita ad hoc con uno statuto in cui la gestione della scuola quadriennale in psicoterapia ne rappresentava il nucleo fondante.

Già prima che Kairos, è così che avevamo chiamato il progetto, iniziasse la sua attività, costituimmo una Società.

A quel punto l’entusiasmo e le mie competenze non erano decisamente più sufficienti.

Identità, nome e logo

La prima cosa da fare era dare una identità alla creatura.

Partimmo dal nome: l’abbiamo chiamata Kairos.

Kairos in greco significa tempo sospeso, quel tempo in cui è possibile realizzare qualcosa di importante. È il momento dell’opportunità.

Cercai e trovai una figura professionale che si occupava di startup.

La prima cosa dopo il nome è il brand, ed il 70% del suo futuro dipende dal logo, un simbolo grafico che la identifichi e che evochi immediatamente tutto quello che rappresenta l’attività.

Ci serviva un logo.

In realtà anni prima avevamo già fatto un simbolo che evocava bene il nome ma non l’attività, il progetto. Poco, o per niente evocativo, così lo aveva bocciato la creativa.

E se vuoi incominciare un’attività che abbia un futuro devi costruire il suo brand e il logo deve essere evocativo. E così fu.

La nostra Scuola era molto innovativa, quindi serviva qualcosa di altrettanto innovativo.

La creativa fece tante prove ma a me piacque subito una kappa coricata.

Mi sembrava che quella kappa coricata, quella posizione così insolita, potesse far pensare al riposo di chi è pigramente disteso su di una spiaggia al sole o anche che si cade e ci si può poi rialzare.

Era lui… il logo.

Scelsi poi il colore: il verde era perfetto, oltre a essere il mio colore preferito, era il colore che identificava lo psicologo nei luoghi dell’emergenza e del soccorso dove ormai lo psicologo aveva il suo spazio definito.

La creativa si era appassionata al mio progetto, giovane e rampante, piena di idee, mi diede moltissimi suggerimenti, molti dei quali a pagamento.

Incominciai così a capire che la scuola aveva bisogno di un conto corrente e che doveva fatturare le sue entrate (poco o niente in quel momento ma che in seguito sarebbero cresciute) e avremmo dovuto ricevere le fatture da quelli che incominciai a chiamare fornitori.

La società

Così era arrivato il momento, tanto atteso ma anche temuto, di costruire una società.

La forma societaria consigliata era la S.R.L., Società a responsabilità limitata, che per sua natura è adatta ad avere soci che sono disposti ad avere solo una responsabilità limitata al capitale versato.

All’inizio avrei voluto come soci tutti i colleghi che negli anni in cui l’idea aveva preso forma erano stati con me e avevano condiviso il progetto.

Ero sempre più entusiasta del progetto che stava diventando realtà ma, come ho detto anche prima, gli psicologi hanno difficoltà con due cose importanti della vita: la morte e i soldi. Ai soldi è associata spesso anche la responsabilità. Questa è la terza cosa.

Il sogno in fondo era il mio e poi io ho sempre avuto una vena di coraggio, non so davvero da chi posso averla presa… ma se allarghiamo la famiglia (e non potremmo fare altrimenti da buoni sistemici) forse uno zio della famiglia paterna, andato via di casa a 14 anni e arruolato in Marina, o allargando ancora un avo, sempre nel ramo paterno, che dalla Spagna arrivò nel sud Italia… oppure chissà?

Era il mio sogno. Per quanto lo potevo raccontare era chiaro (e forse talvolta neanche era completamente chiaro neanche a me) nella mia testa.

Gli altri si entusiasmavano all’inizio, contagiati dal mio entusiasmo, ma poi quando chiedevo loro un contributo, solo in termini di condivisione, vedevano ostacoli anche dove non ce n’erano.


Sicuramente era un’impresa impegnativa ma avrei gestito io gli aspetti burocratici ed economici, come ho fatto in seguito, ma l’idea di partecipare anche con una piccola quota di denaro era difficile per molti.

Alla costituzione siamo arrivati in sei e non tutti psicologi.

Il consiglio datomi dalla consulente di marketing, che ho seguito, era di mantenere a mio nome le quote pari alla maggioranza per non permettere in seguito uno stravolgimento della leadership.

Incominciavo a capire che essere socio di una s.r.l. non sarebbe stata una passeggiata di salute e le dinamiche di partecipazione erano legate a logiche diverse da quelle dell’amicizia e della condivisione di intenti.

Ero entrata nel mondo dell’impresa. Kairos era un’impresa. Un’impresa vera con tanto di denominazione sociale, di partita IVA e di codice univoco.

Anche il MIUR chiedeva che la scuola di specializzazione fosse gestita da una società e fosse differenziata dalla scuola anche e prima di tutto dal nome.

Nasceva così Crono di Kairos s.r.l. Crono figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra), Titano della fertilità e del tempo. L’uno, Crono, la concretezza; l’altro, Kairos, il tempo sospeso, il tempo dell’opportunità. Crono, il tempo concreto, sequenziale, a servizio di Kairos.

Così Crono di Kairos s.r.l., con la sua Partita IVA e il suo Codice Univoco, l’iscrizione all’Ufficio delle Entrate e alla Camera di Commercio, muove Kairos, Scuola di Specializzazione ad indirizzo Sistemico, Perugia.

Verso Perugia

Perugia… ecco… ma come arriviamo a Perugia?

Facciamo un passo indietro. A quando Kairos ancora era un sogno, o poco più, e si incominciava a diffondere l’idea del progetto attraverso seminari e workshop.

Lo scenario è quello della Campania e per la precisione Salerno e la Costiera Amalfitana che ha ospitato il primo seminario di presentazione del progetto.

A quel tempo le idee viaggiavano veloci, erano gli anni di preparazione dell’attività vera e propria ma mi accorsi ben presto che non era il posto giusto.

Una napoletana di nascita e romana di adozione a Salerno rappresentava comunque una minaccia. Poco straniera, troppo diversa.

All’inizio mi ero sentita perfino accolta… ma quando il progetto ha preso forma concretamente, quando tutti gli adempimenti burocratici sono stati compiuti ed l’autorizzazione è diventata ufficiale (pubblicata sulla G.U. del 29 ottobre 2016) le difficoltà della sede a Salerno sono emerse prepotentemente.

Alcuni colleghi di Salerno che lavoravano nel pubblico, per sostenermi, volevano la metà degli insegnamenti e poi la sede della scuola avrebbe dovuto essere ospitata presso una loro fondazione (di cui loro avevano il comodato d’uso a titolo gratuito).

Invece per noi era gentilmente concessa ma ad una cifra da capogiro che per di più avrebbe dovuto figurare come una donazione alla fondazione. Non avremmo avuto neanche le chiavi di quell’immobile.

Questa cosa ha un nome preciso, in Campania come altrove. Un nome che non voglio neanche pronunciare tanto lo disprezzo.

La scelta dell’Umbria

Così la consulente del marketing, che aveva raccolto anche le mie preoccupazioni prima e la mia delusione dopo, decise che sarebbe stata utile una indagine conoscitiva del territorio che ci avrebbe aiutato a capire dove era più proficuo che nascesse il nuovo progetto.

Come si procede quando si vuole creare (dal nulla) una nuova impresa che ha un numero di destinatari circoscritto e che offre servizi di alta specializzazione?

Si cerca un posto dove non c’è concorrenza e dove ci siano le condizioni necessarie per avere iscritti.

Dall’analisi fatta dalla consulente la regione che aveva in pieno questi requisiti era l’Umbria.

Conoscevo l’Umbria come luogo adatto alle vacanze di primavera, ospitati in un casale in pietra magari con le finestre verdi.

Ma perché no. Che Umbria sia.

Scelsi Perugia perché era un po’ più città, solo un po’, rispetto alle altre bellissime località di provincia.

A dicembre del 2016 ho fatto il primo sopralluogo a Perugia per vedere la sede. Una settimana prima ci ha lasciato mio padre. Mi sono fatta accompagnare ma non potevo mancare al primo appuntamento con la mia nuova storia.

Il fascino dell’Umbria mi avvolse.

Un amico avvocato di Roma, ma umbro di nascita, mi aveva offerto una sua proprietà in comodato d’uso. Avremmo dovuto pagare solo le spese dei consumi fatti e le pulizie. Davvero poca roba.

Ma dopo qualche mese la moglie dell’avvocato decise di utilizzare la proprietà che il marito aveva concesso a noi per un wedding planning non ben definito che poi non si realizzò mai.

Noi cercammo una sede solo nostra e la trovammo… ed era di pietra e aveva le finestre verdi!

Avevamo casa Kairos.

Casa Kairos e i primi anni

Il luogo dove fare le cose e dove le idee devono trovare forma era nostro. Ed era perfetto.

Abbiamo iniziato l’attività, il primo anno di Kairos, con 5 studenti.

Siamo stati coraggiosi ma un’impresa, ci avevano detto gli esperti, ha bisogno per andare a regime almeno di tre anni. E nel frattempo bisogna incominciare cercando di uscire per le spese, cioè far sì che le uscite non superino le entrate.

La
Mission era difficile ma ancora di più affascinante in un terreno vergine come l’Umbria.

Oggi, 2026, Kairos è diventa il punto di riferimento per la formazione avanzata in psicoterapia sistemica su tutto il territorio umbro e, numerosi studenti si candidano per entrare a far parte del nostro mondo.

info@kairosclass.it

Kairosclass – Scuola di Psicoterapia Sistemica
Sede: Str. Monte Bagnolo Valbiancara, 17, 06134 Perugia – PG, Italy  

All Rights Reserved 2025
Privacy Policy | Cookie Policy